Dopo mesi di silenzio: cosa ho fatto (e perché il problema resta)

Qualche mese fa avevo scritto un post in cui spiegavo il contesto del problema (Perché rispondo da alan.leoni@alanleoni.ch) e perché mi trovavo costretto a rispondere da un indirizzo che non era il mio ufficiale a livello scolastico. Avevo anche aperto due ticket al Centro delle risorse didattiche digitali per chiedere chiarimenti e una soluzione tecnica che permettesse un utilizzo più coerente dell’account.

Non ho ricevuto alcuna risposta.

Non un rifiuto.
Non una spiegazione.
Non una presa in carico.
Nulla.

Visto che sono passati mesi, credo sia legittimo dirlo chiaramente: le mie richieste non hanno nemmeno meritato una risposta.

Ed è questo, più del problema tecnico in sé, che trovo significativo.


Nel frattempo: mi sono arrangiato

Dato che la situazione era bloccata, ho deciso di cercare una soluzione autonoma. Dopo un po’ di studio e vari tentativi, sono riuscito a far funzionare qualcosa che, per ora, sembra stabile.

In pratica ho sfruttato il fatto che l’accesso IMAP e SMTP via OAuth è rimasto attivo per permettere l’utilizzo di Thunderbird.

Microsoft 365 consente ai client di posta moderni di autenticarsi tramite OAuth invece che con password tradizionali. Thunderbird è registrato come applicazione pubblica e dispone di un proprio client ID riconosciuto da Microsoft.

Io non ho fatto altro che utilizzare quel client ID pubblico per ottenere un token OAuth valido per il mio account. Una volta ottenuto il token, l’ho usato tramite strumenti da riga di comando che parlano IMAP e SMTP con il meccanismo XOAUTH2.

Non sto aggirando alcuna protezione: sto semplicemente riutilizzando il flusso di autenticazione previsto per Thunderbird, ma collegandolo a strumenti diversi.

Nel prossimo post pubblicherò la guida tecnica completa, passo per passo, per chi fosse interessato ai dettagli.


Ma il problema è davvero risolto?

No.

Il fatto che io abbia trovato una soluzione tecnica non significa che il problema sia risolto.

La questione di fondo resta: una scuola pubblica che obbliga di fatto docenti e collaboratori a utilizzare servizi di grandi aziende tecnologiche americane per comunicazioni ufficiali.

Posso solo ipotizzare che nel processo decisionale non ci sia una particolare sensibilità verso temi come il software libero, la dipendenza da piattaforme proprietarie o la sovranità digitale. Se questa riflessione è stata fatta, non è stata condivisa. Se non è stata fatta, forse sarebbe il caso di iniziare a farla.


Non è solo una questione tecnica

Per me non è una battaglia contro un prodotto specifico.

È una questione di principio.

Quando un’istituzione pubblica adotta una piattaforma privata globale come infrastruttura obbligatoria, sta facendo una scelta politica e culturale, non solo tecnica. Sta decidendo:

  • dove transitano i dati,
  • quali standard diventano di fatto obbligatori,
  • quali ecosistemi vengono rafforzati.

E sta anche implicitamente comunicando che non esistono alternative praticabili.

Io credo che un’istituzione educativa dovrebbe essere il primo luogo in cui si riflette criticamente sulle tecnologie adottate, non l’ultimo.


Conclusione

Sì, ora riesco a usare la posta nel modo che desideravo.
Sì, ho trovato una soluzione tecnica.
Sì, pubblicherò la guida.

Ma no, per me il problema non è chiuso.

Continuerò a parlarne.

Nel prossimo post: la guida tecnica completa.