Pensiero McLuhan su strumenti digitali e scuola
Una riflessione nata da un thread
Queste riflessioni sono nate dopo aver letto un thread pubblicato sulla mailing list nexa, intitolato {nexa} Gli accordi tra le Università e l’industria militare.
La discussione riguardava il rapporto tra istituzioni pubbliche, tecnologia e potere economico.
Leggendola, mi sono accorto che molte delle questioni sollevate — autonomia, dipendenza, responsabilità — non riguardano soltanto le università o l’industria militare, ma toccano in modo diretto anche la scuola e il modo in cui utilizziamo gli strumenti digitali.
Da lì è nata questa riflessione.
Una frase che interroga il presente
Marshall McLuhan scriveva:
Noi modelliamo i nostri strumenti, e in seguito sono i nostri strumenti a modellare noi.
È una frase che oggi suona quasi profetica.
Perché ciò che stiamo vivendo nella scuola sembra confermarla ogni giorno.
Negli ultimi anni molte istituzioni scolastiche hanno progressivamente abbandonato soluzioni aperte e locali — come server gestiti internamente — per adottare piattaforme integrate come Microsoft 365. Outlook, Teams e OneDrive diventano strumenti ufficiali, obbligatori, l’ambiente dentro cui si svolge la vita professionale.
La scelta viene presentata come inevitabile, moderna, efficiente.
Ma è davvero soltanto una questione tecnica?
La logica della dipendenza
Le motivazioni ufficiali sono note: semplificare la gestione, uniformare gli strumenti, ridurre i costi, garantire affidabilità.
Tuttavia, dietro questa apparente razionalità si nasconde qualcosa di più profondo: una logica di dipendenza.
Il software proprietario, per sua natura, è chiuso. Non possiamo studiarlo, modificarlo, adattarlo liberamente alle nostre esigenze. Possiamo usarlo, ma non comprenderlo fino in fondo. E ogni volta che lo utilizziamo, affidiamo una parte della nostra autonomia a un’azienda privata il cui obiettivo è il profitto.
Quando una scuola delega l’intera infrastruttura digitale — posta, documenti, videoconferenze, archiviazione dei dati — a un soggetto esterno, non sta solo cambiando strumenti. Sta cambiando posizione.
Sta rinunciando a una parte della propria capacità di comprendere e governare ciò che usa.
Le conseguenze non sono solo simboliche.
Chi si occupa di informatica all’interno della scuola non amministra più sistemi, non configura server, non costruisce soluzioni. Si limita a gestire account, a modificare impostazioni, a risolvere problemi dentro un perimetro già deciso da altri.
È un processo di dequalificazione tecnica.
E, nel lungo periodo, è una perdita di competenza.
Un prezzo che va oltre l’efficienza
Non è solo una questione pedagogica.
C’è anche un piano economico e politico.
Ogni abbonamento a servizi proprietari è denaro pubblico che finisce nelle casse di grandi multinazionali. Anche quando il servizio appare conveniente — o addirittura gratuito — il costo esiste comunque.
Lo paghiamo in dati.
Lo paghiamo in dipendenza.
Lo paghiamo in perdita di autonomia.
La comodità immediata nasconde un debito di lungo periodo: quello della nostra libertà tecnologica.
Il contrasto con la missione educativa
Come docente di informatica, questo aspetto mi interroga profondamente.
Il nostro compito non è addestrare gli studenti a usare un marchio.
È aiutarli a comprendere i principi che stanno dietro la tecnologia.
Insegnare informatica significa insegnare a farsi domande:
- Come funziona un programma?
- Cosa succede quando inviamo un’email?
- Dove vengono conservati i nostri dati?
- Quali alternative esistono?
Se la scuola adotta piattaforme chiuse senza metterle in discussione, il messaggio implicito diventa chiaro: la tecnologia è qualcosa da usare, non da comprendere.
È come insegnare a scrivere con una penna che funziona solo finché paghi l’abbonamento.
Non stiamo formando persone autonome.
Stiamo formando utenti dipendenti da un ecosistema.
La dipendenza sistemica
Le grandi piattaforme digitali hanno costruito il proprio potere offrendo servizi gratuiti, semplici, integrati. Entrare nelle scuole significa entrare nella formazione delle abitudini.
Ma la scuola non può diventare un punto di ingresso commerciale.
Deve rimanere uno spazio di pensiero critico.
Un luogo in cui la tecnologia è oggetto di analisi, non solo ambiente di utilizzo.
Se smettiamo di interrogarci sugli strumenti che usiamo, quegli strumenti iniziano a definire il nostro modo di pensare, di comunicare, di organizzare il lavoro.
Ed è qui che la frase di McLuhan torna a risuonare.
Il valore del software libero
Il software libero non è semplicemente un’alternativa tecnica.
È una posizione culturale coerente con l’idea di scuola pubblica.
Trasparenza, possibilità di studio, collaborazione, condivisione della conoscenza: sono valori che coincidono con quelli educativi.
Usare software libero significa insegnare con l’esempio che la conoscenza è un bene comune.
Significa mostrare che gli strumenti possono essere compresi, modificati, migliorati.
Non è una battaglia ideologica.
È una questione di coerenza educativa.
Una domanda inevitabile
Se è vero che diventiamo ciò che contempliamo, allora la domanda è semplice ma radicale:
Vogliamo essere utenti di un sistema chiuso o persone capaci di comprendere e costruire i propri strumenti?
La scuola non può limitarsi a utilizzare la tecnologia.
Deve insegnare a comprenderla, a interrogarla, a governarla.
Solo così potrà restare ciò che dovrebbe essere:
un luogo di libertà, consapevolezza e crescita — non un nodo passivo dentro l’infrastruttura dell